Padre Daniele Badiali

...ogni giorno partirò!

Home dalle sorelle dell'Ara Crucis

dalle sorelle dell'Ara Crucis

TESTIMONIANZA DELLE SORELLE DELL’ARA CRUCIS
SU P. DANIELE BADIALI E P. DOMENICO GALLUZZI

Affidiamo la lettura della nostra testimonianza alla prof. Antonella Romboli Verna, che tante volte ha accompagnato all’Ara Crucis studenti e ragazzi del catechismo perché raccontassimo loro la nostra vita. L’abbiamo fatto con gioia perché siamo contente di dedicarci all’adorazione e alla preghiera e di parlarne.
A motivo della pandemia la nostra cappella è ancora chiusa. Speriamo, prima o poi, di metterla di nuovo a disposizione di chi vuole pregare con noi.

Padre Daniele seminarista.

Per volontà del Vescovo Francesco Tarcisio Bertozzi, P. Daniele, periodicamente, veniva all’Ara Crucis per incontrare P. Domenico Galluzzi, domenicano, fondatore del nostro monastero. Erano incontri a complemento della sua formazione, incontri di “teologia morale”, (così diceva il Vescovo) in realtà era un aiuto ad approfondire il rapporto personale con Dio che trasforma la vita. A proposito di questi incontri, P. Daniele scrisse: «Cercavo un angolo di pace, un pezzetto di paradiso su questa terra e incontravo quel padre tutto rivolto a Dio. Mi dava quiete vederlo, lo sentivo tutto proteso a Dio e nello stesso tempo disponibile a dare tutto l'amore di padre alle persone che incontrava. Mi preparò all'ordinazione sacerdotale con qualche meditazione che conservo gelosamente nel mio cuore: “prima eri pecora ...ora diventi pastore, prima eri suddito ... ora diventi re…”

Mi rimane così difficile essere pastore avendo nel cuore l’umile desiderio di essere pecora del Signore, la gente mi chiama padre, e dentro di me sento solo il desiderio di essere un figlio obbediente. Questi contrasti li ho visti perfettamente uniti in P. Domenico, per quanto era padre, per quanto non cessava di essere un figlio obbediente, umile, nascosto».

(1ª Lettera di P. Daniele Badiali all’Ara Crucis San Luis, 08/02/1992).

L’Ara Crucis e P. Daniele (24 giugno 1991)

Come comunità che prega per i sacerdoti ci siamo sempre interessate del cammino dei seminaristi per conoscerli e accompagnarli nella preghiera e per invitarli a celebrare con noi, nella nostra cappella, una delle loro prime Messe.

Invitammo perciò anche “don” Daniele” (come allora lo chiamavamo) e venne a celebrare lunedì 24 giugno 1991, solennità di San Giovanni Battista, dopo essere stato ordinato presbitero il sabato 22.

Dell’omelia di quella Celebrazione eucaristica rimangono gli appunti di una di noi.

“Mi sembra di essere come un bambino. Sento che è un dono grande ciò che ho ricevuto. Dopo aver studiato per tanti anni mi ritrovo così. In me c’è proprio il desiderio di abbandonarmi tra le braccia del Padre. Sento che sono uno che non ha tanta fiducia. Tutta la mia vita è stata cozzare contro i progetti di Dio. Quando imparerai a credere a Colui che ti ha dato la vita?

Essere qui oggi con voi è ringraziare per un dono che non ho meritato. Chiedo la grazia di essere un sacerdote fedele, non preoccupato di tante cose. Il dramma più grande che mi porto dentro è la consapevolezza di essere un peccatore. Vengo con la pena di un mondo che sta perdendo Dio e non se ne accorge. Lo vedo nella gente, nei ragazzi: non se ne rendono conto. Siamo noi i primi ad esserci perduti.

Oggi, in San Giovanni Battista, ricordiamo la meraviglia della gente nei suoi confronti: si era preparato bene e la gente gli credeva. Che abbia anch’io la grazia come lui di dire agli altri: Non sono io, a Gesù dovete andare. Dire il nome di Gesù in fretta, come se dicessi una verità che non è la mia; anch’io, se non grido, la perdo.

Andrò tra la povera gente che si fida di Dio; non sono troppo calcolatori nei figli e accettano la morte. Anch’io ho capito che devo imparare a vivere e imparare a morire.

San Giovanni Bosco mi è molto caro; con lui i giovani erano sempre allegri preparandosi alla morte. Tutta la mia vita è questo tentativo: voglio buttarmi con slancio senza preoccuparmi del domani, tanto il Signore lo cambierà sempre. Il giorno dell’Ordinazione l’ho sentito chiaro: la nostra vita non è nelle nostre mani. Essere bambino vuol dire avere la fede di essere prediletto. Voglio mettere il Signore davanti ogni momento.

Un’altra parola chiave: la sincerità, tanto è Gesù che ci salva non sono gli uomini. Avere la grazia di non raccontare bugie. L’augurio che mi hanno fatto è quello di imparare a soffrire per imparare ad amare, ad avere gli stessi sentimenti di Gesù.

Non conoscevo questo monastero, quando ho saputo che c’eravate, appena potevo venivo a pregare in cappella. Ho bisogno di persone che pregano per me.

Pregate per P. Giorgio e P. Ugo”.