Padre Daniele Badiali

...ogni giorno partirò!

Home Vivo in attesa

Vivo in attesa

Carissimi, vi scrivo da un villaggio dove sto preparando 300 bambini alla prima comunione.
Il tempo è poco, in questi mesi sono sempre in giro tra feste nei villaggi, ritiri con i ragazzi, confessioni, preparazione alle prime comunioni, oratorio da seguire, lezioni in seminario da fare, senza contare matrimoni, battesimi, funerali. Sono a San Luis solo la domenica per la Messa e poi scappo. Ormai dormo anche sui sassi. Come ho desiderato in questo periodo un prete che mi aiutasse, il padre Ugo a Chacas non ce la fa, cerco di aiutare anche lui.
Non so più cos’è la quiete, le ore di sonno si accumulano. A volte penso che morirò per non riuscire più a tenere gli occhi aperti dalla stanchezza... che bello morire così!!!
Dovrei fare molto di più! L’abbandono religioso della gente è totale. Come trasmettervi la sofferenza che provo nel vedere tante pecore senza pastore!!! e come dirvi la sofferenza che provo nell’accorgermi che Dio conta sempre meno nella vita delle persone che cerchi di educare alla religione!
Se da un lato vivi l’urgenza di trasmettere il Vangelo a chi non lo conosce, dall’altro provi subito la delusione che questo Dio crocifisso non è quello che la gente cerca.
Vuole un altro dio, molto più umano, a buon mercato... Molto meglio la televisione...
In tutto questo intravedo il cammino che il Signore vuole da me: «Vuoi essere mio discepolo? Prendi la tua croce e seguimi».
Senza soffrire non si trasmette però il Vangelo di Gesù, e capisco che le parole non servono più, arrivano solo al cervello e non al cuore.
Mi sembra di capire meglio cosa vuol dirci il papa con la nuova evangelizzazione.
Ci chiede un altro modo di fare «catechesi» alla gente, basato non sulle parole ma sulla vita, dal cervello alle vene.
La verità che è Dio arriva al cuore dell’uomo solo attraverso l’amore, il dare tutto ciò che hai, il prenderti a cuore la vita intera di una persona, il dare la tua mano alla persona. Non è forse «soffrire» tutto questo?
La parabola del buon samaritano sempre più mi rivela il cammino che oggi debbo fare per trasmettere l’amore di Dio. Finché darò solo un giudizio dell’ammalato attuale e continuerò per la mia strada è tutto inutile! Ma se mi fermo e mi avvicino al malato, lo prendo sulle spalle, e pago tutto io per lui forse qualcosa cambierà!!
L’uomo oggi è vuoto di Dio, curare questa malattia è fermarsi, dare la mano e soffrire con chi ha questo male. Come ritrovo vero il compatire con... un termine che abbiamo completamente perso perché la compassione ci appare quasi un degrado della dignità umana. E quando dico che l’uomo è vuoto di Dio dico il male peggiore che la dottrina cristiana ci ha insegnato da sempre: essere senza Dio è essere all’inferno, la condanna eterna sarà sempre senza Dio per sempre.
Vedere l’uomo d’oggi che rifiuta Dio è provare nel mio cuore la pena di una autocondanna eterna. Non sopporto questo! Mi sento chiamato a gridare questo pericolo, a gridarlo per i miei ragazzi, per i miei figli.
Gridarlo è soffrire, di nuovo il cammino della croce si presenta davanti a me. Mi sento un prete ai primi passi del cammino dell’amore, il cammino che porta alla croce... Sono chiamato a viverlo fino in fondo perché sia Gesù a compiere il gran miracolo. Lui solo è il gran miracolo.
Vivo in attesa di questo miracolo.
L’attesa è vissuta nella Carità costante, nel perdono costante... come se io ora sono chiamato a dare la prova di Dio, nell’attesa che Dio ritorni. Gesù ha detto «Tornerò»...
I primi cristiani lo aspettavano, vivevano nel mondo ma non erano del mondo.
Oggi non attendiamo più Gesù, l’abbiamo ridotto ad una favola per bambini, siamo perfettamente integrati nel mondo...
Ma per me Gesù rimane il gran miracolo che attendo in piedi tra gli ultimi, i più poveri.
Vi abbraccio chiedendovi di pregare per la salvezza della mia anima.
Vostro
P. Daniele

Yauya, 23/8/94

Carissime sorelle dell'Ara Crucis,

ho appreso da pochi giorni la chiamata al Cielo di P. Domenico, leggendo il Piccolo che mi arriva con qualche settimana di ritardo. Mi ha commosso, ricordo con quanta gioia venivo a pregare nella vostra chiesetta e lo vedevo sempre rivolto a Gesù Eucarestia con un animo dolce di Padre.

Cercavo un angolo di pace, un pezzetto di paradiso su questa terra e incontravo quel padre così austero perché tutto rivolto a Dio.. Mi dava quiete vederlo, lo sentivo tutto proteso a Dio e nello stesso tempo disponibili a dare tutto l'amore di padre alle persone che incontrava mi preparò all'ordinazione sacerdotale con qualche meditazione che conservo gelosamente nel mio cuore: "prima eri pecora...ora diventi pastore, prima eri suddito...ora diventi re."

Mi rimane così difficile essere pastore avendo nel cuore l'umile desiderio di essere pecora del Signore, la gente mi chiama padre, e dentro di me sento solo il desiderio di essere un figlio obbediente.

Questi contrasti li ho visti perfettamente uniti in P. Domenico, per quanto era padre, per quanto non cessava di essere un figlio obbediente, umile, nascosto. Mi chiedeva sempre del Perù, delle Ande, e poi sorrideva. "Da Ronco di Faenza vai sulle alte cime delle Ande."

Ora sono sulle Ande, padre di tanta gente povera, il miracolo si è avverato, per la gente rappresento Gesù, dentro di me sento solo il desiderio costante di chiedere perdono. La gente povera mi obbliga a cercare Dio attraverso il cammino della carità: dai via ciò che hai, ogni giorno. E' la grazia che ricevo da Gesù, altrimenti sarei già tranquillamente seduto. Dentro di me porto la sofferenza e il tormento di tanti ragazzi di oggi, il non senso della vita che equivale a dire assenza di Dio. I nostri antichi lo chiamavano inferno e lo dipingevano nei modi pittoreschi che tutti conosciamo. Oggi non crediamo più all'inferno, ma l'attuale non senso della vita non si allontana per nulla dall'inferno, sono cambiati i termini ma la sostanza rimane.

Questo tormento della vita senza Dio mi macina. Cammino all'oscuro, piango di fronte a un uomo così sicuro di se stesso, così animale, ogni giorno non smentisce di confermarsi come tale. Da questo buio grido solo un nome "GESU'...GESU'" poi il silenzio, non sento nessuna risposta, sono sordo, cieco, ho paura del buio, ho paura della morte, non so vivere per Gesù, non so attenderlo.

Come cercarLo? Come desiderarLo?

I passi della carità sono lo stesso linguaggio che Dio ha usato con l'uomo, la carità è sproporzionata all'uomo, ti prende sempre, non viene dalla ragione, viene da Dio. E Dio non ha misure, quanta abbondanza nel miracolo dei pani e dei pesci, quanta abbondanza di vino nelle nozze di Cana, quanta abbondanza d'amore che per essere donato doveva essere inchiodato sulla Croce.

Dal buio in cui mi ritrovo tento questo cammino della carità, la gente me lo chiede, Dio non ha fatto diversamente con l'uomo. A me costa perché non ho la fede per ringraziare Gesù per la Croce che mi dà da portare, ma dentro di me è chiaro che non c'è altro cammino da fare.

Vi ho aperto il mio cuore, vi ho parlato come di un figlio perduto che cerca il cammino per tornare alla casa del Padre. Non vi ho detto niente del mistero che si compie attraverso la mia povera persona nella Messa, nei Sacramenti, ne sono indegno, tremo come una foglia. Quando celebro la Messa la gente partecipa con la candela accesa, della Messa non capisce granché, ma la candela non si può spegnere. Anch'io celebro la Messa come loro, non capisco granché di ciò che sto facendo, ma devo tenere una candela accesa, è la speranza di Dio.

Venendo qui in Perù mi è stato strappato via quel Dio che mi ero costruito studiando la teologia, quello era solo scritto sui libri, diceva qualcosa di Lui, del Suo mistero, tutte cose vere, ma quel Dio lì ora non lo trovo più, non c'è mai stato. Il Dio di Gesù è un Dio vero che ti entra nel cuore e ti strappa tutto, ogni certezza, ogni illusione di aver compiuto un passo verso di Lui. E quando ho dato tutto ciò che avevo e mi ritrovo il doppio della gente a chiedere ancora il miracolo del pane, ecco solo allora comincia il vero cammino alla ricerca di Dio, solo allora comincia l'amore vero, gratuito, quello non voluto, non desiderato. Come vorrei vivere ogni attimo della mia vita così. Vivo nell'attesa di Dio, come vorrei essere in piedi al Suo incontro. Nell'avervi aperto il cuore sento il bisogno di ringraziarvi per il bene che mi volete, perdonate un povero giovane prete che non sa amare.

Ricordo ancora la Messa celebrata nel vostro monastero, la vostra dolcezza nei canti, tutto mi riporta all'amore di una mamma, quanta tenerezza. Offrite questa tenerezza di madri a Gesù perché possa riversarla sull'animo di tanti preti, anche sull'animo di un lontano prete sulle Ande peruane. Ora Padre Domenico vi seguirà dal Cielo, vedrà anche le mie montagne, sorriderà e dirà "da Ronco alle Ande è un attimo, dalla morte alla vita è un attimo".

Chiudo gli occhi, non ho la fede per credere a questa certezza, ma mi addormento come un bimbo ascolta una dolce favola tra le braccia della sua mamma.

Grazie per il bene che ricevo, tutto è regalo del Signore.

Una preghiera

P. Daniele